Ai miei genitori

Con quali parole posso spiegare 
il debito che stasera rivelo?
Se mai la terra rendesse al cielo
una a una ogni goccia di pioggia
di cui si nutre e di cui si avvantaggia,
un numero le potrebbe contare? 

Non è perché mi avete cresciuto
circondandomi di ogni premura.
Non è perché avete provveduto
ogni volta e vi siete presi cura;
e nemmeno per le doglie del parto
che insieme avete gridato e sofferto

Non per la pazienza e le incomprensioni,
per i dolori e le preoccupazioni,
per il sacrificio, per il conforto
o il tempo, il più vostro, che v’ho estorto

Per questo amore testardo e tenace,
consueto come una abitudine,
tutti i grazie di cui sarei capace
la riconoscenza e la gratitudine
sarebbero muti, come chi tace,
o sciocchi, come chi è troppo loquace.

E tuttavia non per questa inaudita
e quotidiana amorevolezza
mi avete dato e ridato la vita
e tu papà sei stato per me padre
e tu mamma sei stata per me madre,
ma di più perché mi avete insegnato
lieto il rimpianto della bellezza
e il Luogo, sempre ancora sperato,
dove più materna è la tenerezza.

Una volta, quando ero bambino,
nel tempo di un ricordo lontano
per sostenere il mio passo e il cammino
sorridendo mi davate la mano.
Oggi quel bimbo di un’ora che fu
bambino, forse, lo è un po’ meno. 
Ma figlio. Figlio lo è sempre di più
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